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Voluntary Disclosure, non è solo ravvedimento operoso

Recenti informazioni di stampa indicano in meno di duemila le procedure di collaborazioni volontaria attualmente in corso, ai sensi della legge 15.12.2014 n. 186, in materia di “emersione e rientro di capitali detenuti all’estero”. Le ragioni del relativo insuccesso di questa iniziativa dello Stato italiano, facente parte di un programma internazionale finalizzato alla lotta al riciclaggio ed alla corruzione, nonché all’evasione fiscale, attraverso la tracciabilità bancaria di tutte le operazioni finanziarie di un certo rilievo, possono essere le più varie: incertezze normative sull’applicazione delle guarentigie (cause di non punibilità) previste, specie nell’ambito del processo penale tributario, a seguito della positiva conclusione della procedura di disclosure; la perdurante crisi economico finanziaria e gli aspetti psicologici ad essa conseguenti; la contemporanea presenza di plurime soluzioni per regolarizzare, sul piano fiscale, la posizione di un contribuente italiano, posto che la VD “interna” si sovrappone evidentemente al normale ravvedimento operoso. 

La sensazione è che la voluntary disclosure (VD), in sede di sommaria analisi, sia stata parificata al solito condono mascherato, prodromico di chissà quale altra persecuzione tributaria.

Se invece si analizzasse la situazione in una prospettiva più ampia, l’opportunità della VD non dovrebbe essere messa in discussione.

L’avvio della procedura di collaborazione volontaria, significativamente, avviene attraverso la raccolta di documenti ed informazioni relativi ai cespiti mai in precedenza rilevati nel noto quadro RW della dichiarazione dei redditi (ovvero, in caso di VD “domestica - nazionale”, nelle varie dichiarazioni). Pertanto, tale necessità di rendicontazione è stata spesso l’occasione, specie per i piccoli investitori, di riprendere i rapporti con il proprio intermediario finanziario di riferimento, di riesaminare la consistenza e l’andamento degli strumenti finanziari presenti nel proprio portafoglio, di prendere atto dei costi e delle condizioni loro applicate da parte del gestore. I primi casi che abbiamo esaminato evidenziano ambiti di criticità, in considerazione del fatto che i clienti avevano fatto troppo affidamento sull’intermediario cui avevano dato mandato di gestire i propri risparmi, in un quadro normativo locale spesso molto meno preciso e tutelante di quello europeo.

Questa è la ragione per la quale, nei vari team di assistenza internazionale che abbiano promosso per assistere i clienti interessati alla VD, il commercialista va affiancato all’avvocato, in primo luogo, a garanzia della riservatezza che deve presidiare la prima fase di indagine della posizione. Non sono pochi i casi in cui, specie in Stati black list, sono emersi ammanchi ingiustificati, ovvero inique commissione di gestione ovvero spese di rendicontazione, certamente più tutelabili laddove la posizione del cliente fosse chiarita anche dinnanzi all’amministrazione finanziaria. Inoltre, l’estensione dell’obbligo di procedere alla VD a tutti i beneficiari (che hanno il potere di disporre) dei valori non dichiarati ed il delle intestazioni plurime ovvero delle semplici procure, destinate ad estendere l’area dei soggetti collegati, richiede spesso la necessità di preventivi accordi, con eventuali regolazioni economiche tra le parti coinvolgibili nel procedimento.

Anche la relazione sull’origine dei valori oggetto della dichiarazione, che va asseverata da parte del professionista che presenta materialmente l’istanza di collaborazione volontaria, ha talvolta determinato la recrudescenza di pregresse ed irrisolte questioni relative al passato, obbligando quindi le parti interessate ad una due diligence legale finalizzata, ma non solo, a convincere l’amministrazione finanziaria sulla liceità del proprio comportamento.

Si tratta di un gravoso impegno, ma certamente utile e necessario a consentire la reintegrazione, nel patrimonio ufficiale dell’interessato di beni e valori mobiliari praticamente affidati nelle mani dell’intermediario estero, talvolta, nell’inconsapevolezza della normativa di riferimento. Vista in questi termini, la disclosure si presenta anche come occasione per riprendere pieno possesso di beni “lontani”, di definire la consistenza e la gestione delle proprie risorse disponibili, di poterle meglio difendere e tutelare, di pianificare nuove iniziative, in conseguenza dell’effettiva ricchezza così accumulata.

Per queste ragioni, la procedura di VD non andrebbe semplicemente vista come il balzello necessario a liberare conti rimasti incagliati a seguito dell’omessa dichiarazione, ma anche l’avvio di una seria e costruttiva analisi del complesso del proprio patrimonio mobiliare, dei vincoli che lo gravano, ma anche delle sue effettive potenzialità future, sia che esso venga fatto rimanere all’estero (possibilmente, tramite fiduciaria), sia che esso venga fatto rientrare, in modo che diventi una ulteriore fonte di reddito diretto ed immediato per il suo titolare.

 

L'articolo in pdf: Voluntary Diclosure

20/07/2015
Diritto bancario e pubb risparmio

 

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